Miraggi
07.12.2014 15:05
Le strade di Parigi erano deserte, i lampioni illuminavano con luce fioca i bordi della Senna, mentre alta e imponente sorgeva Notre dame, come un gigante nella notte.
Valerie camminava sola, con i lunghi capelli neri attraversati dal vento, le mani tasca e il taccuino sotto braccio. Era un poeta.
Quella sera, aveva deciso di entrare per la prima volta in un salon. Aveva notato un giovane scrittore dalle mani affusolate e le dita lunghissime. Quest'ultimo ascoltava recitare un poema da un anziano signore e lo osservava in modo indecifrabile.
Pareva cercasse, tra quelle sopracciglia contorte, di scorgere il segreto della sua creazione.
Un altro, giovanissimo, sui 17 anni, sbadigliava assonnato, scostando di tanto in tanto i sottili capelli dorati dal viso.
Un artista intanto disegnava: pareva rapito dall'incanto delle parole e tratteggiava linee sul foglio, seguendo il ritmo dei versi.
C'erano altri scrittori e pittori intorno, nascosti nell'ombra, illuminati da una tremante candela.
Sembravano figurine evanescenti e tremolanti, avide e incoscienti sull'altare della poesia, tutte tese a bere le parole scivolanti dalla bocca di colui che veniva chiamato 'il Maestro'.
Valerie, guardava tutti con eguale freddezza e distacco, decise di non leggere i suoi versi e se ne
stette lì, in una sorta di mistica assenza, di alienazione volontaria.
Dopo qualche tempo, decise di rincasare e sparì come era arrivata: lesta ed invisibile.
Viveva sola, proveniva da una famiglia agiata e non aveva bisogno di lavorare. Passava molto tempo a guardare fuori dalla finestra, nella sua casa a Montmartre. Vedeva ogni mattino, il biancore
di Sacré-coeur accendersi in contrasto con il grigiore delle strade intorno e, ai piedi della scalinata, un arpista, solo nella luce silenziosa.
Valerie lavorava da tempo ad un poema: Miraggi.
Per lei scrivere, era una immensa sofferenza. Eppure, non poteva farne a meno, era come un richiamo, un istinto alla parola.
Così suonavano i primi versi:
Sono Eco, vivo delle tue parole remote
sei una musica vaga, che non mi abbandona
sono ciò che non potrai scrivere mai perché intrappolato
rifiutato
negato da te stesso.
Sono Arianna, perché so già che lascerai le mie rive
Ippolito, sento che fuggirai da me seguito dai tuoi cavalli possenti
come Fedra avveleno d'amore malsano questo mio stupido cuore
vengo a cercarti nell'ombra della foresta, ma non c'è nessuna bestia ad aspettarmi
non troverai nessun velo di sangue.
Solo l'albero e il silenzio.
Diana, perché farò finta di non amarti, ti guarderò la notte, addormentato.
Per sempre.
Orfeo, vivrai, non ti volterai a guardarmi. Io vagherò sola tra i fuochi e i ghiacci.
Persefone felice, trascinata nel tuo buio, troverei la luce nei tuoi occhi.
Sono Cassandra, ignori le mie parole d'amore, non le vedi. Non come Ulisse le sue sirene di sogno.
Aiace, rapiscimi.
Amore, non imparerò mai ad amarti, non posso. Sono Tiresia, non ti vedo.
Vedo solo oltre te stesso
(...)
Valerie aveva una passione sconfinata per i miti greci, diceva sempre che nessun uomo avrebbe mai potuto scrivere qualcosa che non fosse già contenuto, almeno in nuce, in essi. I miti, per lei, erano la fonte di ogni cosa, di ogni virtualità umana.
Anche l'amore per lei era un mito, quasi un idolo da venerare. Un qualcosa di totalmente avvolgente, sconvolgente. Tanto puro nel bene quanto nel male, infernale e paradisiaco. Il sentimento divino per eccellenza.
E Valerie amava ardentemente. Amava un filosofo di nome Charles, che era freddo e distante come il mare d'inverno. Un giorno, si trovava insieme a lui, nella sua libreria. Charles stava leggendo un volume di filosofia greca, ogni tanto prendeva appunti su un foglio scostando i lunghi capelli dal viso. Valerie lo osservava, incantata.
D'un tratto gli chiese:
-Tu credi nell'amore?
-No.
-E perché mai?
Charles subito alzò lo sguardo, sospirò, e guardò con occhi asciutti la giovane donna:
-Perché mi distoglie da me stesso. Donarsi è privarsi. Amare un altro significa sacrificare almeno una parte di sé, non sono capace di un tale amore. L'amore è un'illusione, come tutte le cose.
Noi crediamo di amare un altro, in realtà, in lui amiamo il riflesso del nostro amore. Ciò che diventiamo amandolo. Alla fine, amiamo solo noi stessi.
E poi, l'espressione di un sentimento è sempre assurda. Ciò che l'uomo sente, non coincide mai con ciò che egli stesso tenta faticosamente di esternare. Una volta al di fuori di noi, il sentimento non è più tale: è parola; e il linguaggio è fatto solo di buchi neri, di porte aperte sul nulla. No, non credo nell'amore, credo solo nella Verità.
-La Verità sfugge agli uomini come la luna al sole.
(Silenzio)
E poi, non illuderti anche tu.
Non potrai cancellare l'Amore, è una forza più grande di te e ti sorpassa.
Tu non sei che carne umana, che cos'è il tuo piccolo essere nei confronti dell'Amore?
Esso è la forza che muove l'Universo: un tempo c'eravamo illusi di esserne il centro, oggi siamo solo frammenti. Frammenti di un mondo che ormai, ci è quasi estraneo.
Ricorda, l'amante è più sacro dell'amato poiché in lui alberga la più grande facoltà divina.
Io non sarei nulla senza l'Amore, perché per me è tutto e senza di esso nulla varrebbe la pena di essere vissuto.
Ho sofferto tutta la vita per questo: nessuno mi ha mai riamato come l'ho amato io, nemmeno tu.
Valerie si fermò e lo guardò con occhi pieni di lacrime. Charles rimase impassibile, fissava un punto lontanissimo e irraggiungibile oltre la giovane donna. Valerie riprese fiato e continuò:
-Ascolta, anche se fingi di non sentirmi, hai capito fin troppo bene, crudele.
Io t'amo perché per me sei come un miraggio.
Ti rincorro nel deserto del mio cuore assetato e appena tento di toccarti, svanisci.
Questo è l'unico sentimento che possa tenere in vita il mio cuore traboccante di passione, poiché mai soddisfatto, sempre in continua tensione. Io soffro perché tu non m'ami ma so anche
che se mi amassi a tua volta, ne morirei. Ho bisogno della tua assenza, della tua lontananza. Ti amo a tal punto da non volere possederti. La forma più alta d'amore coincide con l'abbandono, con la suprema libertà concessa all'amato.
Questa confessione, non credere ch'io l'abbia preparata, le parole fuggono dal mio bocca disperata che non sa piùcontenerle. Parlo, ma non saprei ridirti ciò che ho detto, non sono più padrona di me stessa. Allora, me ne vado.
Charles questa volta con occhi lucidi e mani tremanti, rispose:
-Vedi bene ora, perché mi sono strappato il mio amore per te dal cuore. L'amore fa uscire da se stessi e io voglio tenermi ben saldo. No, non voglio più affogare.
Valerie divenne serissima, il suo cuore si era fatto improvvisamente di pietra, lo guardò per un istante e uscì. Lui non tentò di richiamarla.
Fuori pioveva, gocce le battevano sul viso. Si sentiva meglio Valerie, era come se quella pioggia fosse in grado di purificarla, di lavarle via il dolore dopo quella grande eplosione di emozioni.
Camminava, fissando un punto oltre l'orizzonte, serena, placata nell'anima, mentre come la Senna continuava il suo corso, lenta e immutabile.