L'assente

07.12.2014 15:08
 

Carla amava camminare sola, trovava la solitudine riposante.

Scivolava nei vicoli silenziosi, tra le case dolcemente assopite. Ogni tanto percepiva la presenza di un essere umano che dal buio, la scrutava con occhi lucenti, allora si sentiva turbata e voltava l'angolo.

Trovava inconsciamente la strada di casa, si faceva guidare dalle crepe nelle vecchie mura, dai solchi irregolari dell'asfalto. Entrando nel suo appartamento, si sfilava religiosamente le scarpe ed il pavimento, di legno vecchio e marcito, scricchiolava sotto i suoi piedi. Dormiva in una stanza dal mobilio spento e neutrale. Ai piedi del letto, vi erano sigarette e libri sparsi. Carla leggeva molto, le piacevano soprattutto Anna Maria Ortese e Simone Weil, ogni tanto si dilettava nella scrittura di qualche breve racconto, ma non voleva fare la scrittrice: lo considerava un mestiere inutile.

Lavorara alla Borsa, passava la giornata sentendo recitare numeri e cifre, la loro musica la rapiva come una poesia. Faceva poche domande, di rado sorrideva, non si alterava mai, non vi era nel sul suo viso o nella voce, nessuna variazione. Era come se un velo opaco si fosse disteso sulla sua anima: agli occhi degli altri, non traspariva nulla di ciò che era. Lei invece, si conosceva a memoria.

Era da molto tempo che non succedeva qualcosa nella vita di Carla. Passava le sere a guardare fuori dalla finestra, l'aria tiepida del crepuscolo la avvolgeva come una stoffa leggera. Vedeva spesso, nella casa dinnanzi alla sua, un giovane seduto alla scrivania; le loro finestre davano l'una sull'altra. Entrambi soli, si rincorrevano con gli sguardi: quello di Carla si distoglieva incontrando quello di lui che la seguiva, poi, il giovane spegneva la luce e se ne stava lì, al buio.

La luce del mattino attraversava già di sbieco le fessure delle persiane, proiettando sul muro bianco informi ombre, vi era silenzio, l'aria era immobile: era domenica.

La domenica metteva sempre Carla in uno stato di profonda inquietudine. C'erano momenti in cui si sentiva inghiottita dal mobilio della casa e sprofondava pesantemente nel divano, con tutto il peso del corpo. Fumava una sigaretta guardando il fumo salire lentamente, creare sinuose forme, evanescenti.

Si alzava e camminava verso lo specchio, aveva la sensazione di osservare una estranea, non riusciva a riconoscersi in quegli occhi vuoti che stavano a fissarla. Allora chiedeva con voce bianca: «Sei tu Carla?».

Non ricevendo risposta, la donna cercava freneticamente di cancellare la sua immagine con le mani, ma l'altra stava lì, con aria di sfida.

Carla diffidava di lei aveva la sensazione che volesse trarla in qualche inganno, che volesse balzar fuori prendendo il suo posto imprigionandola nello specchio.

Questi pensieri si rannicchiarono in un angolo recondito della sua mente, una volta uscita di casa.

La donna aveva delle rigorosissime abitudini: la domenica sera, alle nove in punto, andava a sedersisu una panchina affacciata su un canale.

Quella sera, era certa che non avrebbe incontrato nessuno, la via era deserta ed il canale emanava un pessimo odore.

L'aria era gelida e tagliente, tanto da togliere il fiato, il cielo bianco sembrava volesse schiacciare il mondo con la sua presenza ingombrante

Carla cominciò a sentire un formicolio correrle lungo tutto il corpo e provò una sorta di ebrezza delirante.

Tutto si deformava sotto il suo sguardo: le case, gli alberi, i colori, le forme, la sua mente non era che un miscuglio nero di parole e cose.

Chinò lo sguardo su una pozzanghera e vide la sua immagine mostruosa e deforme.

Carla si era sbagliata: l'altra era lì, l'aveva seguita fino alle porte del la sua follia. La donna sentì che non poteva più sopportare la vita.

Sì sentì solo il pesante tonfo del corpo nell'acqua profonda putrida: nel silenzio della via, cessò per qualche istante la sconcertante quiete della sera.