Dolorosa luce
07.12.2014 15:01
Era un freddo mattino di gennaio. Le nuvole pallide e gonfie offuscavano il sole, quasi fossero gelose del suo antico splendore.
Alba se ne stava in cucina coi gomiti poggiati sul tavolo e l'aria assorta. Tra le dita affusolate e bianchissime rigirava un ricciolo nero che le pendeva dalla fronte simile ad un prezioso gioiello orientale.
Una sigaretta fumava silenziosa dal posacenere ed il caffè ormai era freddo, dimenticato.
-A cosa pensi Alba?; le domandò sua madre con un leggero senso di inquietudine.
-A niente Mamma; le rispose la figlia con una voce che pareva venire da un luogo lontanissimo e remoto del suo essere.
La madre sospirò come si sospira davanti ad una cosa ingnota e incomprensibile: con rassegnazione. Alzò le spalle, uscì dalla stanza voltandosi sulla soglia a guardare la figlia constatando una dolorosa lontananza.
Passò qualche minuto mentre l'orologio scandiva, implacabile e costante, lo scorrere del tempo. Suonò il telefono: Alba si voltò e lo fissò immobile con aria di rimprovero finché sentì il rumore delle scarpe di sua madre avvicinarsi nervosamente; la porta di colpo si spalancò e la donna ruggì:
-Ma è possibile che tu non risponda mai al telefono?! ; la figlia non la degnò di uno sguardo, ormai era altrove e non poteva più sentirla. La madre sollevò la cornetta e disse in maniera esageratamente enfatica, quasi teatrale:
-Sì pronto? oh ciao carissima! ; dopodiché uscì dalla stanza conversando e assumendo ridicole pose da pantomima.
Alba si alzò dalla sedia lentamente, come oppressa da un peso insostenibile. Allora si mostrò in tutta la sua esile figura: portava una lunga camicia bianca che contrastava nettamente con il neroô fittissimo dei lunghi capelli ricci. Il viso era di un pallore lunare e gli affusolati occhi d'ebano le segnavano il viso di una oscurità favolosa. Se la si guardava con attenzione si poteva scorgere, dietro alla pece degli occhi, un velo di languida malinconia unita ad una rassenerata consapevolezza.
Intanto la sigaretta si era interamente consumata e Alba la osservava spegnersi, esalando il suo ultimo respiro fumoso.
Quella mattina Alba decise di andare a comprare dei fiori. Non vi era nessuna ricorrenza, nessuna motivazione: voleva solo toccarli, odorarli e li avrebbe anche assaggiati, se ne avesse avuta voglia. I fiori le sembravano l'unica delizia possibile in quella solitaria e annuvolata mattina di inverno.
Uscì di casa e scivolò sulle strade silenziosa, a vederla, sembrava fuggisse da qualcuno poiché si voltava ripetutamente indietro camminando lesta. Tanta era la fretta di arrivare che non si accorse di aver superato il fioraio e andò oltre, cieca e implacabile; aveva ormai dimenticato i fiori e decise infine di sedersi su una panchina di un parco situato nei pressi.
Stette immobile, come in ascolto.
In quel momento il cielo era cinereo, gli alberi intorno la serravano entro un intricato labirinto selvatico e lei se ne stava lì, cercando di trattenere tra le mani tutti i fili della sua esistenza; ma essi le scivolavano continuamente, le immagini si sovrapponevano e mischiavano creando infiniti vortici di forme. Aveva gli occhi pieni di visioni che la facevano tremare confusamente. Sentì il corpo abbandonarla dolcemente, come prima del sonno, simile ad una farfalla che si innalzi in volo da un petalo di seta.
Fu in quel momento che vide un lume. Era un lume bianco che le fluttuava davanti infondendole una infinita pace e al contempo una incantevole tristezza. Sentì che quel lume era solo come lei: due solitudini si erano incrociate. Si guardarono dolorosamente, come due bambini abbandonati, due naufraghi compagni di viaggio.
Ma poi arrivarono molti altri lumi, venne una festa di colori, di venti che accorrevano, di alberi che danzavano e il lume le stava sempre dinnanzi ma fiero, con una rinnovata speranza: «Visto? Non siamo più soli».
Alba sorrideva assorta, in quell'attimo di vita irreale aveva trovato il suo barlume di felicità.
Il risveglio fu simile ad una caduta: inesorabile e inarrestabile tornava il freddo dell'inverno.
Uscita da quello strano silenzio della ragione, Alba si alzò e prese a camminare lungo la via che portava al centro della città, pareva come immemore e lievemente incantata.
I suoi passi risuonavano sordi nella strada solitaria, il sole tramontava, tingeva di rosso le pareti sbiadite e logore delle case.
Arrivata nei pressi della destinazione, non prese la strada abituale ma svoltò a destra, in un vicolo da lei inesplorato.
Le sembrò di essere piombata di colpo in un secolo precedente: il tempo sospeso, le case di legno, vecchie locande, bambini per strada che giocavano con un mucchio di sassi e infine, una antica libreria.
Dopo un attimo di esitazione, si decise a entrare in quest'ultima e appena varcata la soglia - una porta di legno finemente scolpita- rimase ammutolita dallo spettacolo che si aprì davanti ai suoi increduli occhi: c'erano pile immense di libri - piramidi, avrebbe potuto dire- dai colori tenui, soavi; altri volumi erano sparsi in ogni angolo, c'erano molte tele appese che davano all'immensa sala un non so che di pittoresco, inoltre, le miniature nerissime in stile Goya trasmettevano un senso grottesco di angoscia.
Alba si sentì come tratta fuori di sé e gettata in un turbine di immagini e sensazioni, a tal punto che quando il libraio - un vecchio canuto e stanco- le si parò davanti con sguardo interrogativo, non ebbe alcuna reazione e continuò a osservare. Poi, chiuse gli occhi come rapita da una musica lontana.
- Signorina, sta bene? come posso aiutarla?; domandò il vecchio.
La ragazza continuò ad ignorarlo, fece due passi indietro, sempre tenendo gli occhi chiusi, alzò delicatamente un dito e disse:
- La Nature est un temple où des vivants pilliers
Laissant parfois sortir des confuses paroles;
L'homme y passé à travers des fôrets des symboles
Qui l'observent avec des regards familiers!
Il libraio la guardò confusamente, sul suo volto era il segno del dubbio e dell'angoscia. Alba si sentì precipitare nella cose del mondo e provò un senso di vertigine. La realtà le dava quasi un senso di spaesamento, come se piombasse per caso nell'immanente; aveva, da sempre, l'impressione di avere preso una strada sbagliata; di essere in esilio, di appartenere ad un'altra dimensione. Ma quale? Non lo sapeva ancora e forse, non l'avrebbe saputo mai.
Alba arrossì con una tale veemenza sotto lo sguardo sconcertato del libraio che in un attimò sparì dalla sua vista precipitandosi fuori dalla libreria. Continuò a correre disperatamente per le strade fino a quando, esausta, si fermò in una piazza semi-deserta.
Ormai era sera, la luce lunare immergeva la piazza del centro in una atmosfera irreale: tutto diveniva più pallido e chiaro. I passanti si facevano altissimi e bianchi, dai visi allungati e stanchi.
C’erano poche orfane stelle in cielo. A poco a poco, le luci della città si spensero. La luna, solitaria ragazza dai capelli argentei e gli occhi velati di malinconia, splendeva nel cielo nela sua incantevole e triste gaiezza. Una farfalla le volò vicino solleticandole leggermente il naso e lei rise, rise con una dolcezza così straziante che avrebbe incantato e reso muto qualsiasi essere dell'universo. Alba la guardava e per un attimo i loro occhi si incrociarono: si sentì pervasa da una così dolorosa luce che credette di perdere i sensi. Non potè fare altro che inchinarsi alla luna -a metà tra l'abbandono e la compostezza- e quella le rispose accarezzandole delicatamente il capo con un sottile e argenteo raggio.
Alba attonita cominciò a camminare lentamente verso casa, quando d'un tratto sentì una voce chiamarla alle sue spalle, una voce calda e immensa:
Alba...Alba!
Quelle parole risuonarono come note di un'arpa nella notte. Era la voce di Ermano. Un ragazzo dall'aura oscura e forestiera che pareva stare sempre in attesa di qualcosa: un'apparizione, un mutamento, un volto di donna. Era sempre in allerta, stava ben diritto con il corpo teso e le orecchie drizzate simili a quelle di una lepre; ma il suo volto emanava una luce chiara, in netto contrasto con la sua persona. Spesso era scontroso e distante: motivo per cui Alba si sorprese molto di trovarlo lì, nel bel mezzo della notte, che chiamava il suo nome. Lo scrutò per un istante - era alto, dai molti capelli ricci, la figura slanciata e indossava una leggera camicia bianca- poi, accennò un sorriso e piegò leggermente la testa sul lato come faceva di solito quando qualcosa la affascinava o le arrecava piacere.
Cosa ci fai qui da sola a quest'ora?; le disse con aria severa e voce secca.
Passeggio. Qualcosa di strano?; rispose lei assumendo una innaturale compostezza e costringendo il suo cuore al silenzio.
Come gli occhi di Ermano si facero bui e, d'un tratto, così luminosi:
Lascia almeno che ti accompagni a casa...; disse con un'inaspettata dolcezza e il mutamento fu così repentino che Alba sentì cedere le ginocchia e tremare I polsi.
Cominciarono a camminare, senza dire una parola. Le case erano spente, i lampioni dormienti e qualche gatto passava solitario nel silenzio della via. Alba cedette e lo guardò di sbieco, lui camminava svelto, con passo militare, regolare, ma era come assente, guidato da un ritmo ignoto. Lei era estatica, si sentiva come annullata in una sorta di sospesa meraviglia: “come sono impenetrabili i suoi occhi”, pensava, egli era un angelo per lei o forse, un dio nascosto e muto.
Svoltarono in un vicolo e improvvisamente lo scenario mutò: si aprì davanti a loro una lunghissima via popolata da giovani corpi, ristoranti e bar ancora aperti, case illuminate da lievi bagliori.
Eccola, la gioventù involontaria di quella città.
I ragazzi se ne stavano tutti lì davanti ai loro occhi. Alcuni seduti a terra in cerchio, come intenti a compiere un rito profano, altri in piedi uno di fronte all'altro, assenti, altri ancora fianco a fianco appoggiati al muro, con lo sguardo affondato nel vuoto. Taluni parlavano animosamente, come guidati da un' istinto bestiale, con le pupille strette e le membra tremanti. Certi, invece, se ne stavano in silenzio con le labbra serrate da un lieve sorriso amaro.
Alba era distante da loro, li osservava con disincanto. Ermano era come scomparso, dileguato nei suoi pensieri di luce.
Lei provava una sommessa pietà per quella specie di immobilità sotto al palpitante corpo della gioventù. Percepiva in quei ragazzi una sorta di stanchezza o inconsapevolezza soffocata dalle voci e dalle risa laceranti.
Lei li vedeva chiaramente cinti da mura di vetro e loro la guardavano a tratti, dietro le loro prigioni invisibili, con occhi inespressivi, lievemente assopiti.
Capitava però che in alcuni, rare volte, sorgesse un muto sospetto, il sospetto dell'esistenza di altro. Altro dalla materia, dal denaro, dal corpo e i suoi istinti.
Allora una fievole luce – Alba la vedeva per davvero- si dipanava dalle loro fronti che subito però si spegneva, eclissata dai loro trascinanti e soffocanti pensieri. Loro non si accorgevano di nulla, eppure, il miracolo sarebbe potuto compiersi: un velo si sarebbe strappato, un attimo soltanto, e tutto sarebbe cambiato.
Ma niente: era di nuovo il vuoto.
La gioventù di sonnambuli, mostratasi per un momento nello squarcio doloroso della notte, ora si disperdeva nelle vie strisciando come un cane abbandonato in cerca del suo padrone.
E Alba che tutto questo vedeva e soffriva? E perché quell'indifferenza di Ermano?
Da molto tempo se ne stavano sulle soglie della vita, in attesa. Entrambi in attesa di un cambiamento, di una benedizione che non giungeva mai.
Così la ragazza vedeva la sua generazione: tutta assorbita dall'attimo che passa, dalla moda effimera che si dilegua, dall'apparenza che la seduce e la distrugge.
Dopo una interminabile camminata- che alla ragazza parve fulminea- arrivarono davanti al portone di Alba.
Quando lei si voltò per salutarlo rimase, ancora una volta, meravigliata: scorse alle sue spalle i primi rosei albori del giorno che illuminavano quella creatura celeste; quei raggi, a dire il vero, si irradiavano dal corpo di Ermano che ormai si stava facendo sempre più etereo e impalpabile.
Egli era un essere di luce come altri che Alba aveva conosciuto e amato. Come gli altri, Ermano sarebbe scomparso e forse, sarebbe riapparso un'altra sera d'inverno per sorvegliarla lungo la via di casa. E mentre egli si dissolveva lentamente, il chiarore si faceva sempre più abbagliante così che Alba dovette coprirsi il volto con un braccio; fece appena in tempo a scorgere un debole sorriso sul volto di Ermano, che tosto egli scomparve nella dolorosa luce del mattino.