Corpo a corpo

07.12.2014 15:06
 

Alla ragazza venne un’improvvisa voglia di fumare.

Così, si alzò della sedia scricchiolante e si diresse verso un’altra stanza a prendere le sigarette, gettando uno sguardo fugace alle sue spalle.

Alcuni tra i presenti erano seduti composti, altri si lasciavano andare mollemente sulle sedie, altri ancora avevano la testa poggiata sul tavolo e fissavano il fumo salire dal posacenere; qualcuno se ne stava sdraiato sul tappeto e, infine, un ragazzo stava silenziosamente alla finestra.

Era notte fonda, uno dei ragazzi parlava animatamente muovendo gli occhi vispi in tutte le direzioni; gli altri fumavano lentamente, quasi senza ascoltarlo. Due ragazze si sussurravano parole all’orecchio.

Tutt’intorno vi erano bottiglie semi-vuote e mozziconi sparsi.

Mentre la ragazza si allontanava dalla stanza, le voci dei presenti erano sempre più fioche e si facevano sempre più distinte man mano che si riavvicinava. Si ritrovava ancora faccia a faccia con quegli ignoti compagni di una sera: fu dopo una festa, a casa di un’amica comune.

Nonostante l’ora tarda, nessuno sembrava voler andare a dormire; erano tutti rapiti da quella particolare atmosfera della notte in cui le parole sembrano più profonde e i volti meno innocenti.

Il ragazzo alla finestra aveva uno sguardo strano e assorto. Nessuno gli aveva prestato attenzione, tranne la ragazza che in quel momento stava rientrando nella stanza.

Lui, sentendosi osservato, si voltò e la vide sulla soglia della porta con il pacchetto in mano, che lo guardava distrattamente, muovendo lo sguardo ora sui vestiti di lui, ora altrove.

D’un tratto, i loro sguardi si incrociarono e lei rimase colpita dai suoi occhi vuoti egli, invece, da quelli ardenti e lucidi della ragazza.

«Bella» pensò il ragazzo, e si volse nuovamente verso il giardino, con indifferenza, scrutando il cielo nero senza stelle.

Piano piano, tutti i presenti si alzarono e vagarono cercando un posto in cui passare la notte. Andavano in giro per casa annusando gli angoli e con le orecchie tese ascoltavano i rumori dietro ogni porta: parevano cani abbandonati che grattavano all’uscio cercando disperatamente il loro padrone.

Nella stanza rimasero solo il ragazzo alla finestra e la ragazza con le sigarette in mano. Chiacchierarono per qualche minuto e poi si mossero in cerca di un luogo in cui riposare. Camminavano insieme tra i lunghi corridoi della casa ed egli cercò invano di aprire la porta di una camera evidentemente già occupata.

La ragazza si era appoggiata al muro: a pochi centimetri dal volto di lui, poteva sentire il suo respiro ed il ragazzo voltandosi la vide. Lei lo guardò abbassando lievemente il mento e per un momento pensò che volesse baciarla lì, nel buio, e un brivido le corse lungo tutta la schiena. Salirono al piano di sopra, andarono al piano di sotto, nella mansarda, ma niente. Restava solo la sala in cui c’era un unico divano occupato da un ragazzo che dormiva profondamente.

«Ci rimane solo il pavimento» disse lei.

Allora i due presero dei cuscini e una coperta, si sdraiarono e insieme rabbrividirono al contatto con il marmo gelido. Si rigirarono infinite volte senza trovare pace, i loro corpi in movimento a contatto con la coperta provocavano un suono sordo e impercettibile, simile a un fruscio, a tratti si sfioravano, ma tra loro vigeva una rispettosa distanza.

Proprio sopra i loro volti, in mezzo al buio della stanza, una lampada dalla luce bianca ed accecante batteva sulle loro palpebre e torturava i loro occhi stanchi.

Vi era un silenzio innaturale, entrambi quasi trattenevano il respiro timorosi di disturbare l’altro. I loro corpi erano rigidi anche nello stato di dormiveglia in cui si trovavano e le loro labbra proferivano parole confuse:

«Forse... cercavi di ristabilire... ristabilire un equilibrio sul tavolo... un equilibrio che non c’è» mormorava lei; «la pelle... la pelle... la tua pelle...» sussurrava lui agitandosi, allungando istintivamente un braccio verso di lei che in quel momento si girò dall’altra parte. Infine, la stanchezza prese il sopravvento e i due si assopirono per qualche ora.

Dopo qualche ora, la ragazza si svegliò di soprassalto e prese pienamente coscienza della situazione: si trovava distesa a fianco di un estraneo e una profonda angoscia le strinse il petto. Si girò verso il ragazzo che dormiva in posizione fetale e a tratti emetteva un lieve gemito: fu presa da una inaspettata tenerezza e pensò che fosse stato molto nobile da parte sua non aver cercato in alcun modo di approfittarsi di lei.

Al tempo stesso però, il suo orgoglio femminile ferito la spingeva a chiedersi: «forse, non sono abbastanza attraente?». Avrebbe preferito che lui le avesse mostrato almeno un briciolo di interesse, in fondo la sua sterile indifferenza un po’ la infastidiva.

 

Qualche ora prima, anche il ragazzo si era svegliato, lei ancora dormiva. Aveva spalancato gli occhi e fissato inerte il soffitto illuminato.

Voltatosi alla sua destra, aveva visto una lunga ciocca di capelli neri, poi una spalla bianca: si ricordò della ragazza che stava al suo fianco.

Aveva avvicinato lentamente la mano a quel biancore di neve nell’oscurità della coperta e, giunto quasi a sfiorarlo, aveva ritirato le dita ancora tremanti. La sua indifferenza aveva vinto su tutto: «Dormire o stare sveglio - pensò - non cambia niente» e così era restato immobile.

Il sonno lo aveva infine catturato, gettandolo nel mare nero della dimenticanza.

 

Venne il mattino, la luce chiara entrò dalle imposte chiuse, i raggi taglienti sembravano voler rompere trionfanti il clima arido e soffocante della stanza.

La ragazza si svegliò ancora una volta ed ebbe la sensazione di essere immersa in un lago di gelo, il freddo le fece venire i brividi e cominciò a tremare.

Lui fu svegliato da quel tremore di pelle, la visione di quella figura femminile fragile e sofferente scosse la sua indifferenza: qualcosa si mosse dentro di lui ed ebbe come l’istinto di coprirla con tutto il corpo per darle calore, ma si trattenne.

«Hai freddo?» le sussurrò. «No...» disse lei tremando. Il ragazzo accennò un sorriso capacitandosi di quanta forza poteva contenere quel piccolo corpo di donna che non voleva fargli carico del suo evidente malessere.

«Se hai freddo dobbiamo stare più vicini, è l’unico modo per scaldarci un po’».

La ragazza era coperta fino al volto e fece un segno di tacito accordo al ragazzo, allora lui si avvicinò lentamente - di soppiatto, come ci si avvicina ad una preda - e le cinse un braccio sotto al seno con delicatezza. Sembrava quasi che avesse paura di gualcirla, quella delicata farfalla che sentiva ancora vibrare sotto le sue dita.

Lei per alcuni istanti stette rigida, “non conosco nemmeno il suo nome” pensò “eppure sono tra le sue braccia”.

Lui non pensava a niente, si compiaceva solo della presenza di quel piccolo corpo candido che gli dava come un sentore di felicità, un presagio di purezza.

Lei infine si arrese a quella strana complicità e si rilassò, cominciava a scaldarsi e si sentiva decisamente meglio.

Entrambi si riassopirono e stettero così, corpo a corpo, nella pura e bianca luce del mattino.