L'Assente

30.01.2014 11:58

+

(E.Munch, Sera sulla via Karl Johann)

Karl amava camminare solo, trovava la solitudine riposante.

Scivolava nei vicoli silenziosi, tra le case dolcemente assopite. Ogni tanto percepiva la presenza di un essere umano che dal buio, lo scrutava con occhi lucenti, allora si sentiva turbato e voltava l'angolo.

Trovava inconsciamente la strada di casa, si faceva guidare dalle crepe delle vecchie mura, dai solchi irregolari dell'asfalto. Entrando nel suo appartamento, si sfilava religiosamente le scarpe ed il pavimento, di legno vecchio e marcito, scricchiolava sotto i suoi piedi. Egli dormiva in una stanza dal mobilio spento e neutrale. Ai piedi del letto, vi erano sigarette e libri sparsi. Karl leggeva molto, gli piacevano soprattutto Kafka e Maupassant, ogni tanto si dilettava nella scrittura di qualche breve racconto, ma non voleva fare lo scrittore, lo considerava un mestiere inutile.

Lavorara alla Borsa, passava la giornata sentendo recitare numeri e cifre, la loro musica lo rapiva come una poesia. Faceva poche domande, di rado sorrideva, non si alterava mai, non vi era nel sul suo viso o nella voce, nessuna variazione. Era come se un velo opaco si fosse disteso sulla sua anima: agli occhi degli altri, non traspariva nulla di ciò che egli era. Lui invece, si conosceva a memoria..

Era da molto tempo che non succedeva qualcosa nella vita di Karl. Passava le sere a guardare fuori dalla sua finestra, l'aria tiepida del crepuscolo lo avvolgeva come una stoffa leggera. Vedeva spesso, nella casa dinnanzi alla sua, una giovane donna seduta alla scrivania, le loro finestre davano l'una sull'altra. Entrambi soli, si rincorrevano con gli sguardi, quello di Karl si distoglieva incontrando quello di lei che lo seguiva, poi, la donna spegneva la luce e se ne stava lì, al buio.

La luce del mattino attraversava già di sbieco le fessure delle persiane, proiettando sul muro bianco informi ombre, vi era silenzio, l'aria era immobile: era domenica.

La domenica metteva sempre Karl in uno stato di profonda inquietudine. C'erano momenti in cui si sentiva inghiottito dal mobilio della casa e sprofondava pesantemente nel divano, con tutto il peso del corpo. Fumava una sigaretta guardando il fumo salire lentamente, creare sinuose forme, evanescenti.

Si alzava e camminava verso lo specchio, aveva la sensazione di osservare un estraneo, non riusciva a riconoscersi in quegli occhi vuoti che stavano a fissarlo. Allora chiedeva con voce bianca: «Sei tu Karl?».

Non ricevendo risposta, l'uomo cercava freneticamente di cancellare la sua immagine con le mani, ma l'altro stava lì, con aria di sfida, Karl diffidava di lui, aveva la sensazione che volesse trarlo in qualche inganno; che volesse balzar fuori prendendo il suo posto ed imprigionare lui, nello specchio.

Questi pensieri si rannicchiarono in n angolo recondito della sua mente, una volta uscito di casa.

Karl aveva delle rigorosissime abitudini: la domenica sera, alle nove in punto, andava a sedersi sull'ultima panchina sulla destra di via Edmund Johann affacciata su un piccolo canale. Quella sera, era certo che non avrebbe incontrato nessuno, la via era deserta ed il canale emanava un pessimo odore.

L'aria era gelida e tagliente, tanto da togliere il fiato; il cielo bianco sembrava volesse schiacciare il mondo, con la sua presenza ingombrante.

Karl, quella sera, sentì un formicolio correre lungo tutto il corpo, provò una sorta di ebrezza delirante. Tutto si deformava sotto il suo sguardo: le case, gli alberi, i colori, le forme. La sua mente non era che un miscuglio nero di parole e cose. Chinò lo sguardo su una pozzanghera e vide la sua immagine mostruosa e deforme. Karl si era sbagliato: l'altro era lì, l'aveva seguito fino alle porte del la sua follia.

Sì sentì solo un pesante tonfo nell'acqua piatta e putrida.

Nel silenzio della via, si interruppe per qualche istante, la sconcertante quiete della sera.